Made in Italy – Il lato oscuro della moda

di Giò Rosi

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Il “dietro le quinte” della moda, business miliardario che nasconde molte ombre, come i laboratori nascosti nell’Europa, gli artigiani italiani vittime della delocalizzazione, la malavita russa, le operaie che lavorano 12 ore al giorno nella principale fabbrica di Tiraspol, bengalesi, cingalesi e imprese rumene.

Giò Rosi è lo pseudonimo dell’autore, impiegato nel settore commerciale di una grande griffe italiana.

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La schiavitù esiste ancora, nelle fabbriche cinesi ma anche nel cuore della vecchia Europa. Gli schiavi del terzo millennio non sono servi della gleba, né prigionieri dei gulag staliniani: sono lavoratori della moda, di un’industria che confeziona lussuosi capi di abbigliamento per le vetrine delle nostre eleganti boutique. Sono esseri umani immolati sull’altare del capitalismo globalizzato, costretti dalla miseria a lavorare senza diritti, senza tutele, senza le minime libertà. Solo perché la loro forza lavoro costa meno di quella italiana, perché hanno avuto la sfortuna di nascere in nazioni ancora lontane dal potersi definire democratiche, e perché qualcun altro possa arricchirsi velocemente. Ma la responsabilità di questo sistema non è solo dei loro compatrioti aguzzini, bensì di molti stilisti e manager della moda italiana. Made in Italy racconta un mondo di intollerabile miseria e sopraffazione, e lo fa con completa cognizione di causa, poiché l’autore (che scrive, come è ovvio, sotto pseudonimo) lavora da anni in questo settore, ha conosciuto carnefici e vittime, ha visto con i propri occhi gli squallidi luoghi in cui si produce gran parte del nostro lusso.