Ragazzi di zinco

Ragazzi di zinco

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Una intera generazione di giovani con le loro madri sorelle e spose insieme a medici e insegnanti impiegati infermieri ufficiali e comandanti ha dato il proprio spaventoso tributo a quello che in Unione Sovietica dall’inizio degli anni Ottanta era definito “il dovere internazionalista” in rapporto alla sicurezza degli stati meridionali di una grande potenza. L’intervento militare in Afghanistan veniva presentato come tale e illustrato come un’azione di stampo umanitario a maggior gloria dell’Unione e del popolo sovietici. Ma quello cui assistiamo percorrendo le pagine di Ragazzi di Zinco è il lungo corteo di una umanità martoriata e piagata che racconta con semplicità le miserie e gli orrori di questa guerra e di tutte le guerre. C’è il giovane poco più che adolescente che “dopo Kabul non fa altro che scavare buchi con tutto quello che gli capita fra le mani: una vanga una forchetta un bastone o una stilografica”. “Scavo una trincea – dice il ragazzo – Ne scavo una grande che basti per tutti.” C’è una folla di reduci ridotti a tronconi mutilati di braccia e gambe e con protesi di cattiva qualità che raccontano di campi distesi su una immensa pietraia sommersa dalla polvere e assediata dalla calura incandescente fino ai sessanta gradi e oltre; campi dove non ci sono pozzi né cucine né bagni. Soldati e ufficiali raccontano le atrocità compiute dai Mujahiddin sui prigionieri e quelle che loro stessi hanno perpetrato sul nemico in uno scenario che riporta l’orologio del tempo indietro fino al Medioevo. La ferocia della guerra porta con sé anche malattie remote come il tifo la malaria il colera e i truci espedienti contemporanei di cocktail di droghe distribuite ai soldati per superare il terrore e la sofferenza. Una di esse viene chiamata Ferocin e serve a ottundere la ragione sfumare l’orrore e istigare al massacro. Mentre in patria i giornali scrivono che in Afghanistan i soldati costruiscono ponti piantano viali alberati dell’amicizia e i medici sovietici curano donne e bambini del posto ai soldati viene ordinato di sparare “dove c’è più folla… su un matrimonio afgano nel mucchio”. Quegli stessi soldati raccontano poi che per indurre i prigionieri a rivelare dove si trovino i depositi di armi li caricavano in elicottero e li gettano sulle rocce sottostanti. Sono gli stessi quasi imberbi soldati che tornano a Termez tra i mandorli in fiore e vengono accolti dalle fanfare della banda cittadina accolti come “i figli diletti che tornano a casa dopo aver adempiuto al proprio dovere internazionalista”… Di questa guerra scrive l’Aleksievic che è durata il doppio della Grande Guerra patriottica sappiamo soltanto quel poco che possiamo sapere senza correre il rischio di doverci vedere come veramente siamo e spaventarci. “Gli scrittori russi hanno sempre avuto più a cuore la verità che la bellezza” ha scritto Berdjaev. A casa oltre ai reduci mutilati o impazziti tornano in gran numero e in una tragica e silenziosa sfilata le bare di zinco: “nei primi anni di questa strana guerra nessuno le aveva ancora viste. Solo in seguito si seppe che giungevano e le sepolture avvenivano di nascosto nottetempo e sulle pietre tombali non c’era nulla che potesse far sospettare le reali circostanze del decesso”. Questo libro che rappresenta un aspro e implacabile antidoto contro la guerra di ogni tempo e con dolente e asciutta determinazione persegue senza concessioni lo smascheramento di tutte le falsificazioni e le menzogne grazie alle quali il regime sovietico ha indotto la sua gioventù a immolarsi in quello che appare come un feroce mattatoio nel quale l’orrore annienta ogni distinzione e ogni differenza tra giusto e ingiusto valore e crudeltà amico e nemico. Ragazzi di Zinco è il lungo e tragico rosario delle testimonianze rese da quelli che sono attori e vittime della guerra in Afghanistan campo di combattimento di ieri e di oggi. Sono i testimoni di un immaginario tribunale che con i loro racconti pronunciati con semplicità e spaventosa verità polverizzano ogni possibile ragione ogni eventuale attenuante e qualsiasi futura tentazione di muovere la guerra. Svetlana Aleksievic alla stregua di pubblico scrivano dà voce in questo libro a coloro che la storia esclude coloro a cui gli stati tolgono la parola e che spesso dimenticano.

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